Sulla strada della mafia non c’è spazio per la bellezza e la libertà

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Alcuni giorni fa è stato arrestato il boss Cosimo Damiano Gallace, considerato il reggente della ‘ndrina di Guardavalle, latitante da novembre 2020.

A rintracciarlo sono stati i Carabinieri del nucleo investigativo di Catanzaro, con un intervento attuato dall’ unità Gruppo Intervento Speciale supportato dai Carabinieri dello squadrone eliportato “cacciatori Calabria”. Il boss si nascondeva in un bunker, costruito dietro una parete della camera da letto di un appartamento ubicato in un edificio posto all’interno di una ditta di produzione del calcestruzzo.

Cosimo Damiano Gallace ha 60 anni di cui più di 20 già trascorsi in carcere per aver preso parte alla “Strage di Guardavalle” ed altri 14 da scontare per una condanna per associazione mafiosa e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Sentenza rispetto alla quale, per l’appunto, risultava latitante.

La storia di Gallace è la tipica storia dei tanti, troppi reggenti di organizzazioni mafiose che, dopo aver reiteratamente messo in atto comportamenti efferati, si nascondono in bunker, ad hoc creati, per sottrarsi alle forze dell’ordine. Finiscono così per imprigionarsi da soli pur di non consegnarsi alle forze dell’ordine e di non consentire allo Stato di ripristinare la legalità dei fatti e dei luoghi. La loro diventa una vita all’ombra, in cui la scelta è tra l’autoreclusione o la reclusione per mano di terzi.

Sorge spontaneo chiedersi se la libertà, per un essere umano, possa valere meno della logica e dell’azione mafiosa. Cosa fa sì che un individuo scelga di vivere così visto che il mafioso, in un modo o nell’altro, si ritrova sempre in una condizione di perdita della propria libertà?

Mi capita spesso di pensare a quale sia la forza attrattrice, il canto di sirene che attrae donne e uomini verso la mafia. Certamente l’idea dei “soldi facili”, del lusso, dell’emancipazione dalla povertà. Ma davvero il profumo della legalità e i sapori della libertà possono essere facilmente scambiati con la criminalità organizzata e tutto ciò che ne deriva?

Gli anni della scorsa legislatura in Commissione Antimafia mi hanno spinto spesso a chiedermi in che modo le Istituzioni possano rafforzare il messaggio dell’antimafia, soprattutto tra i più giovani. Così come mi sono più volte interrogato su cosa si possa fare per allontanare i singoli dall’ammaliante suono della criminalità, laddove nemmeno l’idea di una condanna a una pena severa svolge un ruolo deterrente.

Forse dobbiamo rivolgerci ai più giovani e a loro chiedere se siano effettivamente consapevoli a cosa vanno incontro sulla strada della mafia. Se davvero valga la pena spargere sangue e terrore, procurare dolore, calpestare lo Stato e le Istituzioni, mettere in campo un’azione violenta. Tutto questo, poi, per rinunciare ad una vita libera e togliere la libertà alla propria terra. Voglio rivolgermi a chi oggi per uscire dalla miseria o per assenza di prospettive immagina il proprio futuro nella criminalità, a chi non trova il coraggio di dissociarsi. A voi dico: ne vale davvero la pena? Siete pronti a piegarvi alle logiche del male più profondo perdendo così ogni opportunità che una vita nel rispetto delle leggi può offrire a voi e ai vostri affetti più cari? Da uomo libero che agisce nel rispetto delle Istituzioni e delle sue leggi vi dico di no. La vita profuma di bellezza e pullula di opportunità, al di là del buio pesto della criminalità. Bisogna solo crederci e affidarsi allo Stato: la risposta è qui.

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