Livatino: il coraggio di Nava e l’importanza dei testimoni della giustizia

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In occasione del trentunesimo anniversario dall’uccisione del giudice Rosario Livatino ho deciso di presentare alla Camera dei deputati il libro “Io sono nessuno” di Piero Nava, testimone oculare dell’attentato di matrice mafiosa.

Per chi non lo sapesse, il 21 settembre 1980 Piero Nava ha casualmente assistito all’omicidio del giudice Rosario Livatino. E quell’evento, visto per caso, ha cambiato indelebilmente e ineluttabilmente la sua vita e quella dei suoi cari. Da quel giorno lui è diventato il primo testimone della giustizia del nostro Paese. Status che, naturalmente, ancora oggi “conserva”.

Durante la presentazione Nava è intervenuto telefonicamente con la voce contraffatta. Mi hanno colpito profondamente le sue parole: “Oggi è una giornata molto particolare per me – ha spiegato Nava -, una giornata di tristezza perché un uomo è stato ucciso e un altro ha perso la vita. Io ho perso tutta la vita che avevo. È una settimana che ricordo tutto quello che ho fatto in quei giorni. Ero partito da Salerno diretto per lavoro in Sicilia. Ripartendo da Enna ho visto l’omicidio del giudice Livatino. Non è stata una scelta difficile testimoniare, sono state difficili le conseguenze. Questo è uno dei casi dove c’è una scelta sola e io potevo solo testimoniare, nel rispetto di me stesso e della mia dignità”.

“Da lì è cominciata l’odissea che, purtroppo, sta continuando ancora – ha precisato Nava -. Potrei ripetere, passo per passo, quello che ho fatto il giorno dell’attentato al giudice. È un ricordo che non è possibile esorcizzare né dimenticare. Tornassi indietro rifarei la stessa scelta. Lì si poteva fare una sola scelta. Per me è cosi: non mi chiedo perché è successo a me, è il mio sentire che mi ha detto che dovevo testimoniare. Non potevo alzarmi la mattina, leggere sul giornale che era stato ucciso un magistrato e restare in silenzio. Le conseguenze ci sono ancora, le assorbiamo, ma onestamente non riesco a immaginare come non si possa testimoniare”.

La presentazione è stata un’occasione sia per commemorare il giudice Livatino e il coraggio di Nava, ma anche per parlare di mafia e, soprattutto, di lotta alla mafia, un tema particolarmente caro al Movimento 5 stelle e a me. Un momento di confronto, moderato dalla giornalista Annachiara Valle, al quale hanno partecipato anche il Pres. Pietro Grasso e la Pres. Rosy Bindi. Il tema della lotta alla mafia non è molto al centro dell’attenzione e, in questo periodo, lo è ancor meno. C’è una sottovalutazione di questo fenomeno che alcuni ancora pensano possa essere confinato solo ad alcune specifiche parti di territorio italiano. E, invece, ha un carattere così pervasivo che, da tempo, ha assunto una dimensione non solo nazionale ma globale. Lo dimostra la recente sentenza del Tribunale di Roma sul clan Casamonica: la mafia può nascere in qualsiasi territorio. Inoltre, l’allarme lanciato sui fondi del Pnrr, preda allettante delle criminalità organizzate, deve spingere tutti a riflettere su questo fenomeno e ad alzare la soglia di attenzione per prevenire che le mafie allunghino le loro mani su queste risorse fondamentali per il Paese.

Leggendo il libro mi sono chiesto più volte cosa avrei fatto io al posto di Piero Nava: onestamente credo che avrei fatto la stessa cosa. Penso che questa domanda dovremmo porcela tutti. È importante, a tal proposito, distinguere il testimone della giustizia dai collaboratori di giustizia. Il testimone della giustizia è un cittadino libero che decide di testimoniare contro la criminalità organizzata. Il collaboratore di giustizia è una persona, invece, già arrestata che cerca di collaborare con la magistratura in cambio di uno sconto di pena. Il primo perde la libertà, il secondo cerca di conquistarla. La scorsa legislatura sotto la Presidenza dell’on. Bindi in Commissione parlamentare antimafia abbiamo approvato una relazione dalla quale è nato un testo di legge ad hoc sui testimoni di giustizia, approvato all’unanimità dal Parlamento. Il principio ispiratore della nuova legge prevede che i testimoni abbiano una difesa in loco e non debbano essere sradicati dal loro territorio contro la loro volontà. Se vogliono rimanere lì, devono essere protetti e difesi in modo che siano essi stessi testimoni della giustizia.

Spesso, purtroppo, in passato il testimone veniva automaticamente sradicato dalla sua terra natia mentre il boss mafioso rimaneva sul territorio esercitando un potere di intimidazione sulla cittadinanza ancora più forte. Ci auguriamo che in futuro ci sia piena applicazione di questa legge.

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