Philippe Daverio, uno che l’articolo 9 della Costituzione lo applicava ogni giorno

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PHILIPPE DAVERIO, UNO CHE L’ARTICOLO 9 DELLA COSTITUZIONE LO APPLICAVA OGNI GIORNO

di Alessandro Giuli

Con Philippe Daverio, appena scomparso all’età di settantuno anni l’Italia perde una delle figure più rappresentative dell’Articolo 9 della sua Costituzione: pochi intellettuali hanno saputo promuovere come lui la cultura e la ricerca del sapere in ogni sua declinazione; coniugare le scienze applicate ai princìpi estetici dell’umanesimo, impegnarsi per la tutela del paesaggio e la preservazione del patrimonio storico-artistico della Nazione. Prim’ancora di farne un mestiere, quello dello scrittore popolare e del gallerista, Daverio aveva introiettato l’essenza immateriale del Genio italico individuando in esso il cardine della civiltà: “Vivo l’Italia come un immenso tesoro en plein air da valorizzare e proteggere… ci tengo a ricordare sempre che l’Italia è la culla della cultura occidentale. Non per niente ancora oggi a Oxford, Inghilterra, come a Tübingen, Germania, due dei poli universitari di riferimento da sempre, si continua a parlare latino”. Così disse in una breve ma illuminante conversazione del 2014 con touringmagazine.it; e queste parole non devono stupire sulle labbra di un italianissimo cittadino d’Europa nato in Alsazia da una famiglia presente in Lombardia fin dal XII secolo, un uomo fiero di aver avuto un prozio che combatté nelle Cinque Giornate di Milano, un raffinato e coltissimo signore appartenuto a secoli trascorsi.

Nella lezione umana e civile testimoniata dalla vita di Daverio, ingegno multiforme ricalcato sul modello rinascimentale, ogni italiano può riconoscere un aspetto del caleidoscopio di sensibilità armonizzabili nell’anima della nostra Nazione: il gusto per la ricchezza dei differenti paesaggi così come dei caratteri antropologici (“Siamo un concentrato di varietà, siamo un Paese unito ma non uniforme e non uniformabile”); l’amore per la musica, la misura della classicità, la compostezza e l’elevazione spirituale che deriva dalla sapiente combinazione tra arte e natura (“Il mio amore per l’arte è nato quando avevo 10 anni e con i miei genitori visitai la Villa imperiale di Pesaro. Ricordo ancora nitidamente tutto, gli interni con i meravigliosi saloni dai soffitti affrescati. Il parco con le limonaie e le piante messe in enormi vasi di legno verde. Ebbi la percezione di un sogno, la magia assoluta del sogno italiano di bellezza”); la passione per gli animali e per le dimore spaziose scelte su misura per i suoi cinque cani; la capacità di divulgare, attraverso memorabili trasmissioni televisive, la conoscenza acquisita nei viaggi o nel più rarefatto clima delle amate biblioteche; un innato fastidio per la banalità, la bruttezza e l’asimmetria delle forme; la curiosità verso la sperimentazione politica al servizio del bene comune: dal 1993 al 1997 fu assessore alla Cultura a Milano nella giunta di Marco Formentini. Da ultimo avrebbe perfino accettato un ritorno nell’agone per propugnare “una sorta di europeismo riformato… io sono fautore non dell’Europa di oggi, ma assolutamente dell’Europa sì”, disse al Giornale nel 2018.

Fu economista mancato per vezzo sessantottino, dopo aver dato tutti gli esami all’Università Bocconi. Fu polemista temuto, rispettato e perdonato anche laddove gli capitò d’inciampare nell’errore, per esempio quando propose di portare all’Expò di Milano uno dei due Bronzi di Riace scelto a sorte o quando insolentì due città regine del Mezzogiorno (“Reggio Calabria è un posto terribile, come Messina che è un altro posto terribile”) e poi la Sicilia intera, salvo poi scusarsi con una lettera aperta densa di colte affettuosità, lui che in Sicilia ha anche insegnato: “… mi permetto d’assumere un tono ironico per affrontare questa versione contemporanea della Secchia Rapita che ha trasformato un gioco televisivo in una farsa tragicomica… Le scuse a tutti i siciliani le faccio con sommo piacere, e so che alcuni mi capiranno, almeno quelli non troppo suscettibili ai pizzicotti critici”.

Era fatto proprio così, Daverio: profondo e baritonale ma al tempo stesso lieve e screziato come i suoi papillon. Con la fortuna dell’autoironia e il dono dell’ilarità, quella hilaritas latina riconoscibile nelle anime antiche discese da un impreciso eppur inestinto patriziato della cultura italiana.

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